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Scrivere a quattro mani: com’è la nostra vita di scrittrici

Avevo già da tempo deciso di scrivere questo articolo, in cui vi avrei raccontato di come io e Sephira abbiamo iniziato a scrivere insieme a quattro mani. Poi altri progetti, impegni, lavoro, cavallette e racket delle pompe funebri (cit.) mi hanno impedito di dare corpo ai miei propositi.

Ho deciso allora di cogliere la palla al balzo lanciata da Lea di @chicklit.italia con il suo hashtag #ioscrivocosì per sedermi e farvi partecipi del nostro processo creativo.

“Come fate a scrivere insieme?” solitamente è la seconda domanda che ci pongono quando scoprono che siamo scrittrici (la prima è: “che genere scrivete?”).
Ma andiamo con ordine…

Quando abbiamo iniziato

Il quando non è solo un mero pretesto per raccontarvi come ci siamo conosciute, ma è parte integrante di quello che siamo a livello stilistico.

Io e Sephira ci siamo conosciute ben 15 anni fa, in piena adolescenza.
Il nostro primissimo incontro è stato online su un famoso forum di appassionati di fantasy (di cui non farò nome). Entrambe avevamo deciso di partecipare a un GDR a tema letterario organizzato dal forum. Ci siamo scontrate a suon di frasi e colpi di scena lasciati a metà. Ci siamo divertite, piaciute e quindi conosciute nella vita fuori dal web.

Ed è stato quello l’inizio di tutto. Da allora scriviamo a quattro mani.

15 anni sono tanti, in linea generale. E lo sono soprattutto se sono gli anni della formazione, quelli in cui il proprio stile si forma, cresce e prende sostanza.
Il nostro stile è cresciuto insieme, non di pari passo, ma per strade completamente diverse, contaminandosi a vicenda.
Sephira ha studiato al liceo classico, io all’istituto alberghiero: viene da sé che l’importanza e il peso delle materie studiate fosse completamente diverso.
Leggiamo anche libri diversi: siamo lettrici onnivore, non acquistiamo gli stessi libri e non leggiamo sempre le medesime cose. Se un libro ci ha appassionato lo consigliamo all’altra, ma il messaggio recepito potrebbe essere differente – come lo è per tutti i lettori.

Eppure è questa commistione, questo essere diverse, che riesce a dare corpo alle nostre idee e trasformarsi in racconti, romanzi e quant’altro.

Il processo creativo

Diciamo innanzitutto che il nostro problema principale non è la mancanza di idee – anzi. Siamo vittime spesso di un eccesso di folgorazioni, idee e ispirazioni che rischiano di farci perdere il punto focale di quello che vogliamo raccontare.

La prima cosa che facciamo, dunque, è un serrato brainstorming.

E quando dico serrato, intendo intenso, lungo e sfiancante. Alcune volte dura anche più giorni: perché magari l’idea giusta è lì, sotto tutte le altre cinquanta che ci rimpalliamo a vicenda, ma dobbiamo ancora scardinarla.

Viviamo in città diverse, anche se vicine, e non sempre riusciamo a vederci di persona per fare questi brainstorming. E allora viva Skype!

Scalette sì, scalette no

Siamo sempre state convinte di non essere nessuno per permetterci di dare consigli sulla scrittura o altro (se è quello che state cercando, vi rimando a questo articolo di Studio83 – Servizi letterari sulla scrittura a quattro mani), questo è semplicemente quello che facciamo ogni giorno.

Specificato questo, noi siamo quelle de “le scalette sì, ma tanto poi i personaggi fanno quello che vogliono”.

Generalmente abbozziamo una sinossi, più che altro per sapere che andare da punto A (incipit) a punto B (epilogo) è fattibile. Pure, dopo i vari passamano, e dopo qualche colpo di scena ben piazzato a tradimento da una delle due “perché la storia andava in quella direzione” ci ritroviamo a doverci fermare e rifare qualche sessione di brainstorming…

Forse non è un comportamento professionale, eppure funziona. Trama e intreccio si combinano e riusciamo così a fare twist e pezzi carichi di pathos che dalla scaletta non emergevano.

La mera scrittura

Anche qui, quello che facciamo noi non è detto che sia professionale – sono certa che non lo sia. Tra noi funziona – e tanto ci basta.

Una delle due inizia a scrivere l’incipit. Quando è arrivata a un punto dove è possibile interrompere la narrazione, si ferma e passa il testo all’altra.
Questa volta, magari, si prosegue con la scrittura fino a quando le dita reggono, poi è di nuovo il turno dell’altra.
Ogni tanto siamo anche un po’ carogne e decidiamo di tirare un tiro mancino: sul più bello, quando magari un misterioso personaggio deve fare il suo ingresso (ma chi?!) o un segreto deve venir svelato ci fermiamo, è tempo di passare la patata bollente.
In questi casi il testo viene inviato via mail, con un messaggio subdolo nell’oggetto, tipo: “Chi sarà? Tu lo sai?” e nel corpo del messaggio un simpatico “ora tocca a te! Buon lavoro!”

Saranno i retaggi del GDR con il quale abbiamo cominciato a scrivere, sarà che dobbiamo divertirci quando lavoriamo insieme (se no che senso avrebbe, poi?) ma questo è il nostro metodo.

Poi, capita anche che interi capitoli siano scritti solo da una di noi, divisi a tavolino per esigenze (Sephira è bravissima nelle descrizioni; io sono più sciolta con i dialoghi). In base alla resa che vogliamo dare a un certo passaggio si decide anche chi lo scriverà.

Lo stile uniforme

Un passaggio che non ho specificato prima è che, da un passaggio all’altro, leggiamo e correggiamo immediatamente il blocco di testo precedente. Facendo così evitiamo non solo stupidi errori, ma entriamo nel testo e lo contaminiamo già, sovrapponendo le nostre penne.

Facendo questo passaggio fin dalla prima stesura abbiamo già uno stile uniforme, dove è difficile capire chi ha scritto cosa.
Dopo un po’ pure noi non siamo più in grado di dirlo, e non solo perché abbiamo una pessima memoria.

E poi… Beh, poi basta.

Poi facciamo solo stesure su stesure finché il prodotto non ci soddisfa.
Attualmente stiamo per cimentarci nella quinta e ultima stesura del nostro romanzo fantasy (dove scoprirete cosa significa Moedisia) prima di consegnarlo nelle mani di un editore.

Incrociate le dita per noi!

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