Qualche settimana fa, Sephira è stata ospite della fiera del fantastico e dell’irrazionale Oblivion, dove ha partecipato al panel “Nella tetra oscurità: la guerra nel fantasy e nella fantascienza”. I giorni di poco successivi hanno di nuovo messo al centro questo tema, rendendo forse più difficile parlarne da un punto di vista teorico: quando la realtà bussa alla porta con tale forza e le notizie si susseguono a ritmi vertiginosi, certe analisi possono sembrare esercizi mentali di scarso rilievo.
Noi crediamo non sia così, che il fantastico possa comunque aiutarci a dare un senso alla realtà – anche e soprattutto quando questa pare mancare di senso. Eccoci quindi a scriverne, con la speranza che anche un tassello così piccolo possa opporsi al Nulla che vuole divorare ogni cosa.
La Dottrina della Guerra Giusta
Il conflitto violento, e in particolare la guerra (intesa come scontro tra popoli o nazioni), è una presenza quasi costante nella letteratura fantasy. Questo è tanto più vero per alcuni generi, come il Fantasy Epico, che possiamo infatti far risalire all’Iliade (il racconto di guerra per eccellenza).
Soprattutto nella produzione fantasy del secolo scorso, le fazioni in lotta erano rappresentative di sistemi di valori inconciliabili, piuttosto che il prodotto di scelte geopolitiche ed economiche: una scelta che si innesta con naturalezza nel percorso filosofico cristiano, che alla guerra ha dedicato ampio spazio. Facciamo qui riferimento alla Dottrina della Guerra Giusta, che circola in Europa fin dal 300 d.C.: di guerra si sono infatti occupati sia Agostino d’Ippona che Tommaso d’Aquino, sviluppando una filosofia rimasta alla base del diritto internazionale (almeno formalmente) fino a oggi. Questa Dottrina si articola su tre punti principali:
- La guerra è lecita solo se giustificata dal bene comune. Il bene comune è regolato dall’autorità in carica (di conseguenza, una guerra è “giusta” solo se dichiarata da questa autorità).
- Una guerra “giusta” deve avere una giusta causa. Per esempio, la difesa da un’aggressione, la scesa in campo in difesa di una Nazione più debole, o la difesa di un diritto (economico, di onore).
- Una guerra “giusta” deve essere condotta con modi legittimi, cioè commisurati al fine della guerra stessa.
La Guerra Giusta nel fantasy
Dai tre punti già esplicitati diventa facile intuire perché gli scontri tra assoluti, così cari al fantasy classico, prendano spesso su carta la forma di una guerra. È perché sfruttano un apparato giuridico-filosofico radicatissimo nella nostra cultura per supportare una questione morale: infatti, nello scontro tra Bene e Male, il Bene gioca sempre in difesa, essendo sotto attacco da una forza più grande che ambisce al suo annientamento. Già in base a questa semplice premessa si evince come questo tipo di conflitto soddisfi i requisiti della Dottrina della Guerra Giusta, e a sua volta ne tragga forza.
Pensiamo a “Il Signore degli Anelli”: la guerra contro Sauron è ontologica, giustificata dalla sopravvivenza dell’intera Terra di Mezzo (bene comune e giusta causa). Inoltre, all’interno dell’opera le forze sono continuamente bilanciate: si risponde ad astuzia con astuzia, a esercito con esercito. Non si tratta solo di una necessità di tensione narrativa; è parte integrante della giustificazione morale per le azioni dei personaggi.
Ambiguità
Anche quando abbandoniamo il Fantasy Epico deviando su generi più moderni, la guerra come motore di risoluzione del conflitto narrativo continua a essere sovrarappresentata. Con la differenza che – venendo progressivamente meno la dicotomia tra assoluti – la guerra stessa diventa più ambigua.
Del resto, non è difficile immaginare come la Dottrina della Guerra Giusta si presti a giustificare da un punto di vista etico anche invasioni di Stati sovrani (che sia in nome della loro difesa, o della difesa di un’onta all’onore), per non parlare del colonialismo. È una coperta che si può stiracchiare parecchio, e del resto non dimentichiamo che Agostino D’Ippona vi s’impegnò in prima battuta proprio per giustificare le conquiste del tardo Impero Romano. E tuttavia vale la pena ribadire che nemmeno tirando la Dottrina della Guerra Giusta fino al limite si riesce a giustificare da un punto di vista formale un genocidio come quello in atto in Palestina; ed è anche per questo che in molti oggi parlano della fine del diritto internazionale (anche se forse sarebbe più corretto parlare della fine della ricerca di scuse per far ingoiare certe azioni al diritto internazionale).
Il fantasy si fa specchio di questa ambiguità nei sottogeneri Grimdark, Fantasy Politico e Geopolitico; cioè in storie che consentono di indagare le ragioni delle forze in lotta da un punto di vista plurale.
Ma tutto questo non basta
Non è tuttavia sufficiente esplorare le ambigue motivazioni di una guerra, se essa viene ancora presentata come un evento ineluttabile, come unico esito possibile rispetto alle premesse del conflitto (narrativo e non). Questo infatti contribuisce alla normalizzazione della risoluzione violenta, oltre a sminuire il ruolo esercitato dalle diplomazie: ricordiamo che la guerra è sempre una scelta, non un destino calato dall’alto.
Un ulteriore problema di queste narrazioni è che spesso tendono a glorificare la guerra stessa (raccontando le imprese dei singoli che vi partecipano), invisibilizzandone tanto le conseguenze a lungo termine (perché la “battaglia finale” è di norma il climax della storia, e quindi resta poco tempo per indagarne le conseguenze postume), quanto le sofferenze dei civili.
Esistono tuttavia storie che vanno in controtendenza, mettendo al centro della narrazione le vittime della guerra, invece che chi la guerra la vuole e la fa.
Un esempio particolarmente rilevante è “A heroine of the world” di Tanith Lee. Il titolo è volutamente provocatorio, un ribaltamento della percezione comune dell’eroe in contesto violento: nel romanzo di Lee questa etichetta è attribuita a una giovane donna che semplicemente cerca di sopravvivere in un periodo storico di tumulti. Il suo continuo reinventarsi, tradendo le proprie identità precedenti e rinunciando a dignità e orgoglio, offre una rappresentazione cruda e realistica di cosa significhi subire una guerra… oltre la retorica e il machismo.
In conclusione
In questo breve articolo speriamo di aver dimostrato una volta di più che le narrazioni che fruiamo non sono neutre, ma veicolano messaggi precisi. La guerra e le sue giustificazioni rappresentano un substrato particolarmente pervicace e difficile da individuare, occupando una così larga parte del nostro immaginario. Ebbene, per quanto godibili possano apparire le scene dedicate a combattimenti e grandi battaglie campali, ricordiamo che la realtà della guerra non ha nulla di romantico: essa rappresenta il peggior tradimento della nostra natura di creature sociali.







