Intervista col lettore (ad alta voce)

Da quando ho preso a leggere ad alta voce per i miei colleghi, mandando messaggi audio di dodici minuti ogni sera (fine settimana esclusi), ho iniziato a pormi la questione che chiunque si sia mai alzato per andare al pulpito è stato costretto a farsi: come si coinvolge un pubblico usando solo la propria voce? Come si trasmettono tutte le sensazioni che normalmente vengono interiorizzate durante la lettura a mente, senza suonare ridicoli? Le mie ultime esperienze di lettura recitata datano gli oscuri anni del liceo, e mi duole ammettere che il mio eccesso di zelo di quegli anni non fu mai coronato da successo (anche se la mia recitazione passionale dell’incipit de “I Promessi Sposi” fu imitata nel ludibrio generale a una cena di classe – la cosa più vicina alla popolarità che abbia mai provato).

A fronte di questi primi disastrosi tentativi, ho quindi preferito rivolgere le stesse domande a chi con la propria voce infiamma le folle e fa scappare una lacrimuccia persino ai cuori più insensibili: Stefano Grignani, attore teatrale di professione e spesso lettore d’elezione per le serate di presentazione di autori emergenti. Gli passo con piacere l’onore (e l’onere) del docente!

Intervista con Stefano Grignani (Teatro Officina, Milano)

Come si diventa un lettore professionista?

Credo sia necessario dividere la componente di “lettore” da quella di “professionista”. Si diventa un lettore con la passione di raccontare qualcosa agli altri, che è la base – si fa per passione per la lettura. Mentre la componente di “professionista”, beh, si diventa tali quando sono altri a chiedere di farlo per loro!

Puoi svelare qualche trucco del mestiere per ottenere una lettura ad alta voce più coinvolgente ?

Il silenzio. I silenzi valgono più delle parole; o quanto meno, il silenzio è ciò che da alle parole il loro peso. Senza silenzio le parole sono solo dati, ed è solo con i silenzi che esse diventano situazioni. Non bisogna pensare al silenzio come a un tempo perso, perché serve ad elaborare ciò che si è appena sentito: durante una lettura ad alta voce non si può tornare indietro e riascoltare, perciò questo momento è fondamentale.

In una scala da uno a dieci, quanto influisce una buona lettura sul valore attribuito a un testo?

Uhm… Otto! Una buona lettura riesce a far diventare qualunque cosa “ascoltabile”. Attenzione: magari non sarà interessante, ma di sicuro piacevole da ascoltare, non noiosa. Conoscendo bene il testo, si può colmare con l’intonazione persino qualcosa che l’autore non è riuscito a dare con la parola scritta. Infatti, lo spettacolo è preceduto da un lungo momento di elaborazione del testo, durante il quale esso viene letto e riletto ad alta voce. Si crea un rapporto con il testo scritto, una comprensione che talvolta va aldilà di quanto colto dal suo stesso autore. La difficoltà sta nel rendere questa componente accessibile all’uditorio in modo istantaneo, perché tutto dev’essere chiaro al primo colpo.

È più facile far ridere o far piangere?

Direi far ridere. Sul piangere ci sono dei tasti che, se toccati, colpiscono più o meno tutti (un’arma sola va bene per molti), mentre il ridere è qualcosa di molto più personale. Ci sono tantissimi tipi di comicità, e ciascuno ne ha uno che predilige – quindi è decisamente più difficile far ridere.

Qual è l’esperienza di lettura più emozionante che tu abbia mai avuto?

I testi di medicina narrativa sono di certo i più intensi. Si tocca un argomento non facile da trattare; inatteso per certi versi, inaspettato. Entri nell’intimo del vissuto delle persone, un’intimità di solito riservata ai medici – ma è emozionante perché da una voce a chi quella voce non l’ha in quel momento, riguardo a un argomento tabù, che si tende a tenere nascosto e ignorare.

Qual è il testo più difficile che tu abbia mai dovuto leggere ad alta voce? Perché lo consideri il più difficile?

Ci sono due tipi di difficoltà: una difficoltà tecnica e una difficoltà psicologica. La medicina narrativa, di nuovo, richiede un grande sforzo per non cadere nel banale, nel drammatico, affettato, superficiale; mentre invece la difficoltà tecnica sta in quei testi contorti, che hanno del non-sense al loro interno. Testi con strane cadenze delle parole… In questo senso i più difficili sono quelli che non hanno un vero filo logico, di non-sense incalzante. Per esempio, Palazzeschi: a pochi può piacere una poesia come “Lasciatemi divertire”. Questi testi vanno letti stando al gioco, fidandosi dell’autore – solo in questo caso si riesce a renderli fruibili con la propria voce.

 

Grazie a Stefano Grignani per la sua pazienza e professionalità, e in bocca al lupo per i suoi prossimi lavori! A me non resta che prendere un nuovo capitolo e mettere alla prova i suoi suggerimenti… Ma alle fiabe della buona notte per ingegneri dedicherò un articolo a parte.

 

Stefano Grignani in “La parola che cura”, Teatro Officina
Stefano Grignani, attore del Teatro Officina di Milano, ha collaborato a diversi spettacoli e produzioni su svariati temi sociali (“Via Padova e oltre”, “Voci dai quartieri del mondo”, “La parola che cura”…). Ha tenuto corsi di teatro e narrazione legati al mondo della salute e delle cure palliative. Attualmente in scena con lo spettacolo “Ci ho le sillabe girate” del Teatro Officina di Milano, frizzante e divertente commedia sul tema della dislessia. 

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