Come reinnamorarci di ciò che ci ha mandato in esaurimento?
Ben ritrovatə, amicə moedensi in questa newsletter che inaugura il nuovo anno e insieme rompe un silenzio durato mesi. Un silenzio che non si è protratto soltanto su Substack e sul blog, ma che ha investito anche i nostri canali social.
La stanchezza da social media non era una difficoltà nuova, avevamo già condiviso in più occasioni la fatica dovuta alla creazione costante di nuovi contenuti, e quante energie questa attività sottraesse alla scrittura (e al silenzio, di cui il ragionamento ha bisogno e si nutre). Finora però eravamo sempre riuscite a mantenere la cadenza mensile delle nostre newsletter, un appuntamento che ormai ci accompagna da vari anni – almeno fino a che il castello della nostra programmazione non ci è crollato in testa.
Noi di Moedisia siamo persone organizzate: un po’ per deformazione professionale, un po’ per la necessità di tenere insieme le tante anime che ci caratterizzano. Negli anni abbiamo sempre approcciato le attività legate alla scrittura nel medesimo modo: un calendario fitto, ma tutto sommato gestibile, per combinare eventi e scadenze. Peccato solo che nel 2025 queste scadenze abbiano iniziato a saltare, a scombinarsi. E tutti questi nodi sono venuti al pettine quando è stato il momento di pubblicare la seconda edizione di “Anatomia del Fantasy”.
Di certo non è corretto, e neppure realistico, attribuire a questo libro l’intero carico di stress a cui il periodo di editing e revisione ci ha sottoposte; senz’altro si è trattato di una infelice convergenza di elementi… ma il cuore non sempre conosce logica, e “Anatomia del Fantasy” ha preso l’intero colpo emotivo del nostro burnout. Con l’infelice risultato che abbiamo finito per detestarla, quest’opera in cui abbiamo investito tanto tempo ed energie; al punto che arrivate al visto si stampi il solo pensiero di riaprire il dattiloscritto ci dava una nausea fisica.
La fatica e il malessere che si sono cristallizzate intorno al libro hanno quindi inficiato anche la gioia che normalmente proveremmo per una nuova pubblicazione, rendendoci difficile non solo pubblicizzare l’opera, ma anche il semplice parlarne. Volevamo solo chiudere quel capitolo, lasciarci alle spalle un periodo sgradevole e ritrovare un equilibrio. Ma ogni cosa che somigliasse alla saggistica (e i nostri editoriali sono spesso pillole di saggistica) finivano per scatenare reazioni avverse, una diga al libero flusso delle idee.
Insomma, ci siamo disinnamorate della scrittura, per colpa di un nostro libro.
Una storia d’amore
Forse è assurdo, ma nell’amore c’è poco di logico; e noi abbiamo sempre approcciato con amore ogni momento che intercorre nella creazione letteraria: la progettazione, la scrittura, la riscrittura, la revisione… Venuto meno questo sentimento, è svanito anche il senso di creare: ci siamo ritrovate al buio.
Si parla tanto della scrittura come terapia e strumento per il benessere psicologico e l’esplorazione del sé. Molto meno di quanto facilmente essa si possa trasformare in una fonte di malessere: non soltanto quando diventa un lavoro (a quel punto subentra lo stress lavoro-correlato, come per ogni altra mansione); ma molto prima, dal momento in cui si passa dallo scrivere per sé stessə allo scrivere per altrə.
Forse perché scrivere viene ancora considerato un privilegio (e per molti aspetti lo é, come spiegavamo in questo vecchio editoriale), ogni volta che si tenta di sollevare il coperchio sugli effetti avversi che può avere sulla salute mentale si assiste a un’onda di recriminazioni, che vanno dal “Sei fortunata ad avere la possibilità di pubblicare, di che ti lamenti?” al “Se ti pesa così tanto, perchè non smetti?”. In mezzo c’è il senso di colpa interiorizzato dellə scrittorə stessə, un groviglio di desideri frustrati, aspettative vaghe, e senso di responsabilità verso la propria storia e il proprio pubblico.
Spesso si finisce a indicare nelle aspettative tradite il malessere di chi scrive e pubblica, come se nessunə di noi avesse un minimo di contezza del mercato e fossimo tuttə megalomani egoriferiti. Questa visione, oltre che offensiva, è parziale e maschera quella che crediamo essere una parte molto più corposa del problema (da cui può derivare, questo sì, l’avversione per le recensioni e la depressione da stelline di Amazon. Ma non confondiamo la causa con l’effetto), ovvero il già citato senso di responsabilità. Chi scrive per lə altrə, lo fa lavorando con la voce di un giudice segreto all’orecchio. Un giudice parco di complimenti e assai severo, la cui presenza è necessaria, ma che in momenti di fragilità diventa dispotico. Parla attraverso le nostre paure più profonde, che spesso non sono “Non piacerà a nessuno”, ma più “Non sto rendendo giustizia a ciò che ho nella testa” (ovvero, sto deludendo me stessə).
Da qui all’ossessionarsi il passo è breve, il perfezionismo un’arma a doppio taglio che porta a lavorare a una stessa opera per decenni fino a sfinirsi, fino a odiarla. E nel processo logorarsi, in modi che nessuna recensione positiva o premio letterario potranno davvero compensare. Se non si trova gioia nel processo, dopo il finale non c’è validazione esterna che tenga.
Credo che nulla esemplifichi meglio questo concetto dellə scrittorə di fanfiction. Chi legge questo tipo di produzioni a puntate, sa che spesso possono intercorrere mesi, o addirittura anni, tra un capitolo e il successivo. In occasione delle assenze più lunghe, il nuovo capitolo viene talvolta accompagnato da una nota, in cui lə autorə si scusa per la lunga assenza e magari ne spiega le ragioni… da case bruciate a malattie terminali, da lutti importanti a catastrofi naturali. Ottime ragioni, alle volte al limite dell’incredibile, presentate al pubblico come una richiesta di perdono. Ma perché, se scrivere fanfiction è un hobby senza ritorno economico? Perché, se non ci sono riconoscimenti a cui ambire?
Ecco dunque il senso di responsabilità, verso il pubblico in attesa (si spera) di un nuovo capitolo; verso i personaggi sospesi in attesa di un finale.
Crediamo che riconoscere e abbracciare in modo consapevole il senso di responsabilità di chi crea verso la propria arte sia necessario. E che altrettanto necessario sia smettere di sminuirlo rispetto ad altre sensazioni analoghe ma maggiormente integrate nella nostra società, come la responsabilità nei confronti della famiglia o quella verso la propria salute. Se non abbracciamo questa realtà, che ha un impatto così evidente sul nostro benessere, continueremo a considerare la creatività come un surplus rispetto ai normali obblighi del quotidiano, e non come una necessità di pari grado. E a quel punto non solo non ci libereremo mai del senso di colpa (quando scrivo dovrei stare cucinando per la famiglia, quando sto sul divano con la famiglia dovrei sfruttare l’occasione per scrivere), ma verrà anche meno il valore intrinseco dell’arte stessa. E allora tanto vale lasciar fare ai prompt di ChatGPT.





