Scrittura creativa: questione di stile

Nota: oggi a tenervi compagnia sarà Giulia Abbate di Studio83. Molto gentilmente si è prestata per noi a scrivere questo articolo sullo stile letterario. Speriamo vi piaccia quanto è piaciuto a noi!

Questione di stile

Lo stile letterario è l’insieme di caratteristiche, formali e non, che definisce l’espressione di un autore o autrice, o di un gruppo di autrici e autori che si rifanno a caratteristiche comuni.

Queste caratteristiche possono essere concordate insieme, nel caso ad esempio di un gruppo di letterat* che aderiscano a un manifesto o qualcosa del genere; oppure (meglio) possono essere desunte dalla critica letteraria di espert*, che attraverso una ricerca sui testi (di gruppi, o di una sola autrice o autore) vi trovano delle affinità.

E non c’è solo la critica. Lettori e lettrici attent* sono perfettamente in grado di farsi un’idea di un certo stile letterario, man mano che leggono e imparano a riconoscere i modi espressivi, le particolarità, la voce di una penna.

Meno semplice è dare una definizione precisa di cosa esattamente si intenda nella pratica per stile letterario: più che altro perché di definizioni ce ne sono molte, non sempre concordi e quasi mai complete.

Nel “Manuale di scrittura di fantascienza”, abbiamo azzardato un discorso articolato, per cercare, più che concetti statici, una serie di indicazioni utili a muoversi.

Quando diciamo che una storia ci è piaciuta, quando un romanzo o un racconto rimangono a lungo nella nostra memoria anche se non riusciamo a ricordarne altri elementi significativi, allora significa che qualche altro ingrediente dell’opera, al di là del mero intreccio, ha lasciato la propria indelebile impressione su di noi.

Lo stile è l’aspetto meno concreto, cioè meno “misurabile” di una scrittura. E forse va bene così.

Lo stile letterario è ciò che permette a una storia di “attaccarcisi” addosso, è il tono di voce che poi ci infesta; lo stile crea il colore che non ci dimentichiamo, l’emozione che ci torna immediatamente su, quando riapriamo il segno, e che poi è facile rievocare, quando parliamo di quella lettura.

Innanzitutto, non è superfluo ribadire che abbiamo a che fare con elementi linguistici, dunque con la scelta di singole parole, con il loro accostamento all’interno della frase, persino con la lunghezza delle frasi utilizzate nel periodo considerato.
La scelta di tali elementi linguistici è compiuta da un individuo. Si tratta quindi di una decisione soggettiva dello scrittore o della scrittrice. Ne deriva che ognuno possiede un proprio stile caratteristico, che diventa riconoscibile se dotato di una certa originalità.

A questo discorso, che nel Manuale abbiamo sviluppato in un capitolo ad alto peso specifico, mi sento di affiancarne un altro, citato nel saggio, e passibile di ulteriori approfondimenti: il mezzo è il messaggio.

Nella percezione di lettori e lettrici, lo stile letterario potrebbe apparire come una specie di ornamento della scrittura, un insieme di orpelli aggiunti magari in fase di revisione del testo. Se ciò  fosse vero, lo stile si ridurrebbe a un’aggiunta posticcia, con la funzione di rendere più attraente il prodotto: la sostanza della scrittura sarebbe in questo modo separata dalla sua forma. Noi sappiamo che non è così: in narrativa non si può scindere la forma dalla sostanza.

Questo significa che la storia che vogliamo raccontare si lega strettamente al modo espressivo che scegliamo – o magari, e succede molto più spesso, la storia che vogliamo raccontare ci suscita spontaneamente alcune scelte. Ciò non è legato solo al genere della nostra storia, o alla auspicabile conoscenza dei ferri del mestiere, ma anche al tipo di individui che noi siamo. Possiamo indagare questo aspetto, conoscerlo e conoscerci meglio, e allo stesso tempo accettare che è un aspetto in parte fuori dal nostro controllo.

Ognuno racconta le storie in modo diverso, il punto è questo. Le storie, dicono, sono sempre le stesse (ma non ne sono del tutto convinta), e tutto è già stato scritto: ognuno di noi, però, ha una voce e un timbro diversi.

Inoltre, e questo aspetto è generalmente considerato meno, ognuno di noi può scegliere, di una certa storia o di una certa scena, quali elementi nominare/definire/descrivere/mettere in scena e quali no. Anche questa scelta, che è una scelta di merito, definisce lo stile letterario!

Ci sono stili iperdescrittivi, che ci costruiscono intorno un mondo che ci schiaccia. C’è chi è telegrafico e inanella frasi soggetto-verbo-complemento; chi insiste sull’ambientazione usando il correlativo oggettivo; chi ci dice di che colore ha i capelli la protagonista e chi invece, per caratterizzarla, usa le impressioni che ne hanno gli altri personaggi, oppure ci racconta un suo sogno. C’è chi potrebbe dipingere un incidente stradale soffermandosi sul sangue che scorre dalle ferite a brandelli, chi invece ci racconta solo i suoni dell’evento. C’è chi descrive una svolta narrativa in una pagina, e chi invece ne omette persino il racconto, e sfrutta la reticenza per creare tutto un altro effetto.

Anche questo è stile.

E si lega direttamente a chi sono io, a ciò che guardo quando vado in giro, alle cose che mi tornano in mente o che mi turbano quando ripenso a una certa cosa.

Posso quindi fare un lavoro metamentale, ovvero ragionare su come ragiono, e capire piano piano che tipo di narratrice sono; e magari cambiare qualcosa, oppure (meglio) sfruttare consapevolmente le mie caratteristiche innate per imprimerne il timbro su ciò che racconto.

Anche questo è un lavoro stilistico.

Ci sono molti modi con i quali posso risalire alla radice della mia modalità espressiva.

Quando redigo le mie valutazioni, ne consiglio spesso uno piuttosto immediato, che può essere incredibilmente rivelatore: si tratta della diminuzione meccanica di battute.

Prendi il brano che hai scritto (meglio: il romanzo che hai scritto!) e ti imponi una mera riduzione di battute. Che può essere, ad esempio, del 15%. Lavori quindi su numeri precisi, con una precisa misura. Hai un testo di 100.000 battute? Alla fine della revisione, è di 85.000 battute, o meno. Tutto qui.

Può sembrare un intervento spietato e senza cuore, una sterile brutalità. Invece è un esercizio utilissimo che mira proprio al cuore di ciò che raccontiamo: ci permette di arrivare più vicini al nostro nucleo. Le parole che lasciamo sono quelle che ci premono di più, il fulcro della nostra modalità espressiva. Quelle che eliminiamo, beh, ci servano da memento: erano davvero così necessarie? Ricordati che devi tagliare!

Lo stile letterario si lega a doppio filo con la questione dell’efficacia, un altro concetto che mi trovo spesso a dover spiegare nelle valutazioni. Efficacia significa, dal punto di vista narrativo, riuscire a ottenere in chi legge proprio l’effetto progettato nel momento in cui si scrive. Anche dal punto di vista dell’efficacia, lo stile può rappresentare una discriminante.

Dico “può”, perché lo stile non è tutto. Parafrasando un salmo, direi che lo stile letterario è un buon servitore, ma un cattivo maestro.

È uno strumento centrale per fare sì che la comunicazione si realizzi nel modo il più vicino possibile a quello che vogliamo. Ma non è un padrone. Non si può subordinare tutto a una supposta superiorità formale. Non si può isolare lo stile dal resto della “macchina narrativa” e metterlo prima o al posto del contenuto – ma cos’è mai, il contenuto? Il mezzo è il messaggio, e il messaggio lo costruisce e lo decifra anche chi legge.

Lo stile letterario è anche uno strumento di “traduzione”: cerco di trasferire un preciso significato dalla mia lingua alla tua, dal mio modo al tuo, per cercare di costruire una “macchina” necessariamente aperta alle interpretazioni, ma che per lo meno non dia adito a letture che confliggano con la mia intenzione iniziale.

Lo stile letterario è spesso il campo nel quale si gioca questa partita, questo “conflitto” tra il “ciò che volevo dire” e “ciò che hai capito”; proprio perché si tende a slegare la forma dal contenuto e si subordina il secondo alla prima.

Lo stile letterario, insomma, non è solo un mezzo di espressione di sé, ma un elemento dalla doppia valenza. È una mera manifestazione di ciò che noi siamo, del modo in cui vediamo e raccontiamo le cose spontaneamente, e lavorarci con questa consapevolezza significa lavorare sulla nostra mente: senza pretendere di forgiare supervoci, guardarsi allo specchio è già un’impresa di per sé. Allo stesso tempo, lo stile è anche uno strumento che possiamo imparare a gestire tecnicamente, per fare sì che la nostra prosa arrivi a chi legge, nel modo in cui ci auguriamo.

Il nostro potere di intervento – sulle letture possibili, sulle scritture di cui renderci capaci – sta nella costanza, nella cura, nel rigore, nel coraggio e nella lealtà con cui scaviamo dentro alla nostra storia e alle relazioni che essa intrattiene con noi stess* e con il mondo.

Anche questo è stile!

Buon lavoro!

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