Parossismo narrativo: Ianto non deve morire

C’era una volta Ianto Jones, popolare personaggio della serie tv Torchwood, prodotta dalla BBC e andata in onda tra il 2006 e il 2009. Al termine della terza stagione dello show, Ianto muore da eroe. E lo show con lui.

Ben lungi dal rassegnarsi alla prematura dipartita dell’amato personaggio, si moltiplicano le iniziative per riportare Ianto nella serie. Ne nascono siti web, proteste, persino minacce di morte agli sceneggiatori. E in un angolo di Cardiff, proprio dove è stato girato il tragico evento, la devozione popolare porta alla nascita di uno spontaneo memoriale (corredato di targa commemorativa).

        

Memoriale di Ianto Jones, Mermaid Quay (Roald Dahl Plass), Cardiff – Giugno 2017.

Cercando di guardare oltre il gesto un po’ goliardico, e senza spingere l’immaginazione ai drammatici estremi raggiunti già da Stephen King in Misery, credo che l’intera questione sia riassumibile in un problema di fiducia.

Il rapporto tra narratore e uditorio è basato su premesse e promesse, che vengano portate a compimento nel modo più soddisfacente possibile. Alcune storie richiedono un doloroso quanto inevitabile tributo di sangue, senza il quale la storia stessa perderebbe potenza e credibilità.

All’indomani delle polemiche sulla morte di Ianto, il produttore esecutivo di Torchwood Julie Gardner commentava:

We want people to be engaged, discuss and not always agree with us. At the end of the day, I make drama to support each author’s vision. It’s not a democracy. Whether people like it or not, it’s storytelling.

[Vogliamo che le persone siano coinvolte, discutano e non concordino sempre con noi. Alla fine, uso il dramma per supportare la visione di ciascun autore. Non è una democrazia. Che alla gente piaccia o meno, è storytelling.]

Sarebbe certo comodo credere al mito dell’impassibile autore, impermeabile alle critiche del suo pubblico, nella sua torre d’avorio, a tu per tu con il vero, il bello e il giusto. Ma siamo onesti: non può esistere un aedo senza un uditorio, e sminuirne l’importanza, anzi la necessità, non giova a nessuna delle parti in causa. Se è vero che nessuno più dell’autore conosce il respiro e la dimensione della sua storia, bisogna pure credere che, lontano dalle sue mani, la storia godrà di vita propria. L’amore del lettore sarà differente da quello del creatore dell’opera, ma chi siamo noi per quantificarlo, o per negare che sempre di amore si tratti?

Come non pensare ad amore, ricordando ad esempio la straordinaria popolarità dei racconti di Dickens – la folla che si accalca sui moli di Baltimora, in attesa del finale de La Bottega dell’Antiquario, uno spintone e qualche disgraziato cade in acqua, annegando?

Non neghiamo al lettore l’amore – persino quello parossistico, morboso, che spinge a cancellare le righe incriminate e immaginare finali alternativi. E lasciamogli elaborare il lutto, ciascuno a suo modo.

That’s the point actually. Both in fiction and in life. When someone dies you lose all that potential. You grieve over everything they could have been. Everything you hoped for them. Everything they might have achieved with their lives, everyone they could have loved. Every job they could have had. Every joy they could have had. It’s gone. 

[Proprio questo è il punto. Nella finzione come nella vita reale. Quando qualcuno muore, perdi tutto il suo potenziale. Piangi tutto ciò che avrebbero potuto essere. Tutte le speranze che avevi per loro. Tutto ciò che avrebbero potuto raggiungere nelle loro vite, tutti coloro che avrebbero potuto amare. Tutti i lavori che avrebbero potuto intraprendere. Tutte le gioie che avrebbero potuto provare. È finita.] –  Russel T. Davies, sceneggiatore di Torchwood, intervistato da AfterElton.

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