Bacchette, spade e tesori: oggetti magici che hanno fatto la storia

L’oggetto magico (inteso in questo contesto sia come strumento in grado di fornire a un personaggio delle qualità magiche, sia come oggetto intrinsecamente magico) è uno dei più antichi e noti archetipi narrativi. Oggetti magici rivestono un ruolo fondamentale in fiabe di tutto il mondo: sono il premio dell’eroe, la causa della sua fortuna o della sua caduta. A volte escamotage narrativo, altre rappresentazione simbolica; la comparsa di un oggetto dai poteri straordinari sconvolge ogni trama.

Bastoni, scettri e bacchette

L’incontro di Odisseo e i suoi compagni con la maga Circe (Odissea, X, 135-574) è forse uno degli episodi più celebri dell’intera opera omerica. Approdato sulla misteriosa isola di Eea, Odisseo invia un drappello dei suoi uomini ad esplorarne l’interno. Questi giungono in una vallata abitata da lupi e peoni mansueti e incontrano la conturbante Circe, figlia del Sole e dell’Oceanina Perse. La maga offre cibo e bevande (a cui aveva aggiunto “farmaci funesti”) allo sfortunato gruppo, poi tocca li tocca con una rhabdos e, avendoli trasformati in maiali, li chiude in un porcile.

Il sostantivo greco rhabdos, connesso alla radice slava *vrūba (ramo di salice), al lituano virbas e al latino verber/verbena, designa una verga flessibile ricavata da un ramo. Dal testo omerico traspare che la rhabdos sia necessaria a completare l’incantesimo, ma non sia di per sé dotata di potere magico [1]. Essa funge da catalizzatore per il potere soprannaturale di chi la possiede.

Se la bacchetta posseduta da Circe è presentata nell’iconografia tradizionale come una verga liscia e lunga, non possiamo però dimenticare tutti quei bastoni morfologicamente differenti che svolgono funzioni diverse e altrettanto specifiche: il bastone biforcuto del rabdomante, o lo scettro del comando.

Tra questi strumenti (i.e. oggetti magici – N.d.A.) c’è ovviamente anche la bacchetta magica, che secondo V. Propp “è il risultato dei rapporti dell’uomo con la terra e con le piante”: in quanto tagliata da un albero vivo, trasferisce su ciò che viene con essa toccato e percosso la forza vitale della vegetazione. [1]

Il fascino medioevale per le spade

Non soltanto strumento di offesa e di difesa, non solo simbolo di potere – la spada in età medioevale costituiva in qualche misura una pietra di paragone dell’uomo che la sguainava. Non sorprende quindi che questa arma, più di ogni altra, sia stata il tema centrale di una costellazione di narremi. C’è la spada nella roccia, quella che non si può sguainare, la spada che non si può prendere dalla mano dell’eroe morto (o al contrario, quella che va estratta dal corpo di un cavaliere morto o ferito a patto di compierne la vendetta), la spada nascosta o sepolta, quella che non si può discingere, la spada spezzata che bisogna rinsaldare. Questi motivi, seppure tra loro diversi, sono accumunati dal fatto che rappresentano una prova che solo l’eletto può portare a buon fine. L’oggetto magico non rappresenta il premio di qualità eccezionali o prestazioni straordinarie: queste spade rivelano sempre un destino, non delle qualità [2].

Per questo motivo esistono spade buone e spade cattive, portatrici di una personalità determinata e di un destino ineluttabile, che le porterà a cadere inevitabilmente nelle mani dell’eroe predestinato.

C’era una volta un re che si chiamava Sigrlami e regnava in Russia. (…) Questo re era entrato in possesso di quella spada, forgiata dai nani, cui era nome Tyrfingr: di tutte la più micidiale. Quando la sguainava riluceva, quasi fosse un raggio di sole. Chi la possedesse era costretto a uccidere qualcuno e sempre doveva essere immersa in sangue caldo. (…) Mai avrebbe mancato il bersaglio, o avrebbe potuto essere sviata prima che, portato a termine il colpo, toccasse il suolo: chi l’impugnasse in battaglia avrebbe ottenuto la vittoria, con quella menando fendenti. Non c’è racconto antico in cui non si ricordi quella spada. – Saga di Hervör

Anelli e metallo

L’anello è uno degli oggetti magici per eccellenza. Nel cerchio di metallo si unisce il culto della metallurgia (vittoria dell’uomo sulle forze del caos), a quello della forma (che rappresenta alternativamente l’infinito, il tutto o il nulla). Anelli e bracciali compaiono già in epoca classica in opere di Plinio il Vecchio, Erodoto, Kalidasa e Platone. Anche gli antichi ebrei conoscevano aneli magici, e tra questi il più celebre è certo quello di Re Salomone, che gli consentiva di comprendere il linguaggio animale (Re Salomone era un vero accumulatore di oggetti magici: oltre all’anello, possedeva un tappeto volante e uno specchio da cui poteva osservare il mondo intero).

Indipendentemente da chi ne sia il possessore, tutte le storia concordano su un punto: l’anello sarà perduto (o rubato) nei pressi di un corso d’acqua e poi recuperato, permettendo al suo legittimo possessore di essere riconosciuto come eroe legittimo.

Durante il Rinascimento la connotazione magica dell’anello è affidata all’Orlando Innamorato di Boiardo e all’Orlando Furioso di Ariosto.

Ma per fuggire il lume ch’abbarbaglia,
e gli altri incanti di colui far sciocchi,
ti mostrerò un rimedio, una via presta;
né altra in tutto ‘l mondo è se non questa.

Il re Agramante d’Africa uno annello,
che fu rubato in India a una regina,
ha dato a un suo baron detto Brunello,
che poche miglia inanzi ne camina;
di tal virtù, che chi nel dito ha quello,
contra il mal degl’incanti ha medicina.
Sa de furti e d’inganni Brunel, quanto
colui, che tien Ruggier, sappia d’incanto

– Orlando Furioso, III, 68-9 

L’Ariosto presenta una vera e propria libreria di oggetti magici: le armi di Nembrotte, l’elmo di Orlando, la celebre spada Durlindana, lo scudo di Atlante, il corno e il libro di Logistilla… Nella letteratura cavalleresca medioevale l’elemento magico entra nella trama come oggettivo, vero, non opinabile, e lo fa proprio attraverso un oggetto “meraviglioso” (mirabilia). Un oggetto quotidiano assume funzioni straordinarie, perdendo quelle originarie.

Con la nascita della critica letteraria, nasce un nuovo tipo di lettura – la possibilità di interpretazione. Ai mirabilia si contrappone lo strano, in quanto il primo resta privo di spiegazione a meno che il lettore non accetti di ipotizzare un’interferenza soprannaturale [3]. In una forma o nell’altra, gli oggetti magici non temono di essere relegati in una soffitta a prendere polvere: sono arrivati fino a noi senza neppure una crepa, con tutto il loro bagaglio di storie pregresse.

Bibliografia

[1] “La rhabdos di Circe. Esegesi di un oggetto magico tra mito e immagine.” di Chiara Pilo.
[2] “Filologia e letteratura. Studi offerti a Carmelo Zilli” di Carlo Donà (pag. 63-80).
[3] “Gli oggetti nell’Orlando Furioso” di Lucrezia Bertini.

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