Deduzioni indiscusse e protagonisti fuori dagli schemi

Nel suo già citato saggio “The Wave of the Mind”, Ursula K. Le Guin dedica un breve capitolo a quello che chiama “Unquestioned Assumptions” ovvero le “Deduzioni Indiscusse”, le idee fossilizzate che molto si rado vengono messe in discussione o sovvertite. La premessa è un pubblico uniforme, che si identifichi completamente nel modo di pensare dell’autore; insomma, che tutti la pensino allo stesso modo e che “noi” e “tutti” siano la stessa cosa.

Se questa deduzione fallace rappresenta una forte tentazione nel mondo in cui ci muoviamo, non è una sorpresa che anche il mondo letterario ne sia preda. Anche se lo scrittore opera nel territorio fecondo e amorfo dell’immaginazione, vi entra tuttavia con il suo bagaglio di esperienze, concetti e pregiudizi. La parola scritta amplifica l’ipotesi, ne moltiplica la risonanza e infine la trasforma in fatto. Everybody thinks like and me and we all think alike.

Nel romanzo come nel cinema, Le Guin identifica cinque assunti ricorrenti:

  1. Noi siamo tutti uomini
  2. Noi siamo tutti bianchi
  3. Noi siamo tutti  eterosessuali
  4. Noi siamo tutti  cristiani
  5. Noi siamo tutti giovani

Non mi ritengo abbastanza preparata sull’argomento per poter affrontare i punti 2, 3 e 4; perciò in questo articolo vorrei concentrarmi sul primo e l’ultimo assunto.

L’idea che l’opera dell’uomo sia di interesse universale, mentre che le occupazioni della donna siano triviali; che il personaggio maschile sia il fulcro della storia e quello femminile sia periferico, oppure che acquisti una propria dimensione solo in funzione dell’interesse maschile; la descrizione vivida del corpo e del viso di una donna attraente – solo recentemente questi presupposti hanno iniziato a essere messi in discussione. Con alterne fortune: un personaggio femminile dalle caratteristiche fortemente mascoline (ovviamente da sommarsi a un fisico impeccabile), a cui associare un love interest il cui solo scopo sia accentuarne la componente erogena, distrugge o potenzia il solito stereotipo? Numerosi romanzi degli ultimi anni hanno come protagoniste giovani donne vittime di mondi distopici. Protagoniste che rivaleggiano con i loro compagni uomini nelle attività in cui questi sono soliti eccellere (lotta, velocità, e così via), come le antiche Amazzoni o la greca Athena, mantenendo intatta la loro bellezza ferina.

La bellezza che è una caratteristica della giovinezza. Certo, ogni adulto è stato un bambino o un adolescente; ma la gran parte dei lettori sono adulti, quindi perché i protagonisti sono così giovani?

To write from the child’s or adolescent’s point of view of course is natural in books written for children or young adults. In books written for adults it is a valid and often powerful literary device. It may simply fulfill nostalgic yearnings to be young again; but the innocent viewpoint is inherently ironic, and in a wise writer’s hand may imply the double vision of the adult with particular subtlety. In much recent fiction written for adults, however, the child’s vision is not used ironically or to increase complexity, but is, implicitly or openly, valued over the depth of vision of the adult. This is nostalgia with a vengeance. In such books an absolute division between adult and child is made and a judgement is base on it. Adults are perceived as less fully human than children or young people, and the reader is expected to accept this perception.

[Scrivere dal punto di vista del bambino o dell’adolescente è naturale per libri scritti per un pubblico di bambini o giovani adulti. In libri scritti per adulti, rappresenta un valido e spesso potente espediente letterario. Il suo scopo può essere semplicemente quello di realizzare il desiderio nostalgico di tornare giovani; ma il punto di vista innocente è inerentemente ironico, e nelle mani di un autore saggio può comportare una doppia visione dell’adulto con sottigliezza particolare. In molti recenti romanzi per adulti, tuttavia, il punto di vista infantile non è usato in modo ironico o per aggiungere complessità, ma, in modo implicito o esplicito, viene considerato superiore alla profondità di visione di un adulto. Questa è nostalgia con una rivalsa. In libri simili si genera una netta divisione tra adulto e bambino e su di essa si emette un giudizio. Gli adulti sono considerati come meno pienamente umani che bambini o giovani, e al lettore è richiesto di accettare questa impressione.]

Non commettiamo l’errore di credere che queste deduzioni indiscusse siano innocue. La lettura modella pensiero e ragionamento, permettendoci di immedesimarci in un estraneo per un tempo che supera quello della lettura stessa.  È uno strumento che potrebbe permetterci di comprendere meglio l’altro, mentre viene utilizzato per rafforzare il noi.

Il saggio di Le Guin è apparso per la prima volta negli anni novanta, ma rimane ancora molto attuale. D’altra parte, non si può negare che lo sviluppo di un pubblico più critico verso questioni di eguaglianza sociale abbia determinato alcuni cambiamenti. Un esempio su tutti, che sfida apertamente proprio quella giovinezza obbligata di cui si parlava sopra è rappresentato da “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonas Jonasson. Il protagonista descritto da Jonasson è un anziano bizzarro, testardo fino all’assurdo, che nulla può sorprendere. Dalla sua ha l’esperienza di una vita eccentrica attraverso un secolo di sconvolgimenti e una semplice stravaganza che gli permette di cavarsela in ogni situazione. Insomma, un personaggio fuori da ogni schema.

Mi sarebbe piaciuto portare un esempio altrettanto chiaro tratto dalla narrativa di fantasia, ma ho dovuto desistere. E dire che fantasy e fantascienza rappresentano lo spazio privilegiato per esplorare alternative al presente! Possibile che non riusciamo a immaginare nulla di diverso? E se non possiamo, come faremo a crearlo?

 

TITOLO: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve 

AUTORE: Jonas Jonasson

Traduzione di M. Podestà Heir

EDITORE: Bompiani

 

 

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